MARZO 2008
 

Spunti di riflessione sulla difficile arte di osservare
 

Quanto può influire il seeing sugli oggetti deep sky?

Alcune volte mi ritrovo a riflettere su tutto il tempo che ho dedicato all’osservazione visuale delle meraviglie del cielo stellato, un’attività che ha “assorbito” gran parte della mia attenzione in questi 26 anni. Tuttavia sembra incredibile come (a volte) alcune interessanti “scoperte” possano avvenire nell’ambito di oggetti celesti che conosciamo alla perfezione, perlomeno dal punto di vista dell’osservazione.
Mi ritrovo a rispondere, con una certa frequenza, a certe domande da parte di diversi appassionati dell’osservazione visuale del cielo profondo, tutte riconducibili a un unico tema: come posso vedere di più?
Non è facile rispondere a tale quesito, in quanto gli elementi che concorrono al quel delicato e affascinate meccanismo della visione, sono molteplici. L’apertura del telescopio, la calma e la trasparenza dell’atmosfera, l’esperienza di colui che osserva che, in abbinamento ad alcune tecniche osservative, come la visione “distolta” o laterale, che si avvale dell’uso di quei fotorecettori chiamati ‘bastoncelli’ posti nella periferia (ci si riferisce ad essa definendola anche visione periferica) della retina, approfitta di una maggiore sensibilità, anche se a discapito di una perdita in termini di colori e definizione. Oppure dando un delicato colpetto al telescopio, operazione questa che facilita la distinzione di oggetti al limite della visibilità. O ancora l’uso di opportuni filtri interferenziali, per accentuare un certo particolare su una specifica tipologia di oggetti celesti, come le nebulose a emissione e/o le planetarie.
In tutti questi anni di attività, ho coltivato, sviluppato e messo in pratica, sia le tecniche sopra citate che altri espedienti. Grande è stata la mia sorpresa nel constatare che diversi miei report su alcuni oggetti celesti, hanno contribuito ad alimentare, allargando la portata della risposta, quella bella domanda iniziale; come vedere di più? Quel grande osservatore del cielo che è stato William Herschel, durante una relazione sulla struttura dell’Universo, presentata alla Royal Society di Londra il 3 febbraio 1785, riferendosi all’interessante relazione tra teoria e osservazione riportò quanto segue; “se vogliamo sperare di fare progressi, soprattutto in ambiti di ricerca così delicati, dovremmo cercare di evitare due estremi. Se ci abbandoniamo alla pura immaginazione, fabbricando mondi generati da noi stessi, non dovremmo meravigliarci molto nel constatare di ritrovarci nettamente al di fuori dal sentiero della verità e della natura. Se viceversa, accumuliamo osservazioni su osservazioni, senza il tentativo di dare, non dico delle conclusioni certe, ma anche soltanto delle sensate congetture, ci troviamo a tradire lo scopo stesso per il quale le osservazioni vengono fatte. Io cercherò di attenermi su una giusta via di mezzo, ma se dovessi deviare da ciò, desidererei non incorrere nel secondo dei due errori”. Nonostante gli anni trascorsi da quando queste stupende frasi furono messe per iscritto, mi sento di sostenere, appoggiando pienamente, questa metodologia osservativa e interpretativa.

Il caso di M2
Si tratta di uno degli ammassi globulari più luminosi dell’emisfero boreale, situato nella costellazione dell’Acquario. Ho avuto occasione di osservarlo tante volte nel corso degli anni, sotto differenti condizioni di trasparenza atmosferica, seeing, strumento e, soprattutto, differenti livelli di esperienza. Ho da riportare una curiosità: osservandolo nell’ormai lontano 27 ottobre del 1986, con un riflettore Newton da 40,8 cm, dalla mia postazione suburbana, durante una serata dall’ottima trasparenza atmosferica (magnitudine limite allo zenit intorno alla 5) ma ventosa, tanto che valutai il seeing attorno al valore 5 della scala di Antoniadi, ne riporto la seguente descrizione: "200X – è sorprendente per la sua alta luminosità, simile a una stella di mv +1 vista all’interno di un riflettore dal diametro di 11,4 cm! L’elevata turbolenza mi impedisce di risolverlo, sebbene noto una certa granulosità”. Fin qui nulla di strano, il cattivo seeing, in abbinamento a un’ottica dalla lavorazione non eccelsa può aver prodotto questo risultato. È da notare che, la sera del 25 agosto del medesimo anno, sempre dalla mia postazione suburbana e col medesimo strumento, con un seeing migliore (2 nella scala di Antoniadi) osservando l’ammasso globulare M15 nel Pegaso a 200X, la risoluzione non è risultata particolarmente difficile; eppure la lavorazione ottica è la medesima, così come l’allineamento delle ottiche o la mia esperienza! Nel corso degli anni rivolsi verso M2 altri (ben più modesti) strumenti; da un piccolo rifrattore apocromatico da 10,2 cm con obbiettivo alla Fluorite, con il quale (novembre 1993) a 134X riuscii a veder “saltare” fuori dall’alone diverse stelline, con una forte granulazione. Perfino con un grosso binocolo 20X125, ho potuto vedere una forte granulazione nell’estrema periferia di questo globulare! Utilizzando un rifrattore apocromatico dal diametro di 15,5 cm, sono riuscito a risolverlo in maniera abbastanza netta nell’alone, a soli 84X. Arriviamo ora alla vera sorpresa durante una ventosa nonché trasparente nottata di settembre del 2007, dalla mia postazione suburbana (mag. limite allo zenit intorno alla 5 e seeing pari a 5 sempre sulla scala di Antoniadi): le medesime condizioni di undici anni prima. Vista la buona trasparenza atmosferica decisi di puntare M2 questa volta utilizzando uno S/C da 35,6 cm, ecco la descrizione che ne riporto: “95/191X – nonostante l’elevata turbolenza atmosferica lo risolvo interamente (!) nell’alone in una miriade di delicate stelline”. Mi domando; com’è possibile che, nelle medesime condizioni di osservazione, utilizzando due diametri grandi (40,8 cm e 35,6 cm), abbia ottenuto queste differenti risposte?
Anche prendendo in considerazione il differente schema ottico, Newton il 40,8 cm e Schmidt-Cassegrain il 36,5 cm, considerando che il secondo è chiuso per la presenza della lastra correttrice, la differente qualità nella lavorazione ottica (sempre a favore del secondo) il fatto di averlo risolto, seppur timidamente, con un’apertura decisamente più piccola, mi induce a riflettere seriamente su questa disparità di prestazioni. L’unica risposta sensata che mi sento (attualmente) di dare, è semmai una condizione differente di “microseeing” che si è venuta a creare all’interno dei due telescopi.
Prima di salutarci ho da esporre (brevemente) un’altra interessante osservazione. Parliamo sempre di M2, questa volta osservato in un paio di occasioni con il Dobson da 50,8 cm: ecco le descrizioni.
Sabato 2 luglio 2005 – Colle del Nivolet (2.610 m) – No Luna – Trasparenza ottima (Via Lattea perfettamente strutturata e contrastata fino all’orizzonte) – seeing medio (3/3,5) – mag. allo zenit: superiore alla 6: “133X – 200X – 500X – Questo globulare è veramente splendido, vedo le stelle fini e colorate, ed è completamente risolto in stelle (colorate!) già a 133X, anche se a 500X entro praticamente nel nucleo. E’ comunque più concentrato di M15. L’ammasso ha una forma nettamente sferica”.
In un’altra occasione, l’8 ottobre 2005, da Prarotto (1.600 m) durante una nottata dall’ottima trasparenza (mag. allo zenit 6/6,2 – seeing = 2/2,5) sempre con il mezzo metro, lo riporto come: “133X – visione stupenda; le stelle che si proiettano sulla regione nucleare sembrano galleggiare in un mare di luce! Totalmente risolto, mostra una forma nettamente ellittica, e per giunta, con la visione distolta, entro praticamente all’interno del nucleo”. Nella prima descrizione lo riporto “nettamente sferico” nella seconda “nettamente ellittico”?! Si noti anche che, durante la prima descrizione le condizioni di seeing erano peggiori rispetto alla seconda descrizione, infatti, in quest’ultima ho percepito una forma più consona alla sua classificazione. È incredibile come le “sole” condizioni di turbolenza atmosferica possano inficiare le nostre osservazioni a tale livello! Invito pertanto i lettori a riflettere su quanto esposto e, se è il caso, su proprie “stranezze” osservative.
Buone osservazioni

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